Cecenia, un Paese senza rotta

11 Marzo 2005

Pubblicato su Reporter Associati, Radio For Peace

Grozny — Aslan Maskhadov è morto. Ucciso in un agguato da truppe federali russe. Senza dubbio una vittoria politica per Valdimir Putin, ma una vittoria che spinge gli eventi in che direzione? Un passato come generale nell’Armata Rossa, poi la politica e la lotta per la liberazione della sua Cecenia, della sua terra natale. La rivolta in Cecenia scoppia nel 1991, alla caduta dell’ex URSS, quando viene dichiarata unilateralmente l’indipendenza da parte di un altro ex generale dell’Armata Rossa, Giokhar Dudayev, di fede musulmana.

L’allora capo di stato russo Boris Eltsin cerca dapprima di “trattare”, offrendo molta autonomia alla Cecenia purchè restasse nella C.S.I., poi, dopo il fallimento di ogni tipo di trattativa, nel 1994 avviene l’invasione armata da parte russa, che incontra però notevoli sacche di resistenza.

La prima fase della guerra si conclude soltanto nel settembre del 1996, con la firma di una tregua che però non soddisfa i ceceni, il cui obiettivo resta ancora oggi la piena indipendenza da Mosca.

Il 27 gennaio 1997 viene eletto presidente della Cecenia Aslan Maskhadov, l’uomo che per primo propone un autentico piano di pace per la Cecenia. Piano di pace che inizialmente incontra anche dei successi, primo tra tutti la firma di un accordo di pace con Eltsin avvenuto nel giugno 1997. La delicatezza della questione cecena resta comunque aperta: ci sono contese su alcune risorse strategiche, come l’ oleodotto e il gasdotto che attraversano il territorio ceceno portando dal Mar Caspio il petrolio (da Baku, Azerbaijan) e il gas naturale (da Tengiz, Kazakhistan) fino al terminal russo di Novorossijsk sul Mar Nero.

E’ proprio a causa della contesa politica su queste risorse che nell’estate del 1999 gli scontri riprendono con maggiore violenza accompagnati da sanguinosi attentati a Mosca, soprattutto da parte della guerriglia di matrice islamica. Vladimir Putin si affretta a non riconoscere più la leggittimità di Maskhadov.

Dopo mesi di combattimenti, e precisamente nel febbraio 2000, avviene la caduta di Grozny, ridotta ad un cumulo di macerie. Da quel momento i ceceni si difendono a colpi di imboscate e attentati: è il secondo conflitto ceceno, indicato da parte russa come “operazione antiterrorista”. E’ il momento in cui Maskhadov cade in “disgrazia”, perdendo credito anche all’interno della stessa Cecenia.

E’ il momento in cui emerge Shamil Basaiev, considerato l’organizzatore della strage di Beslan, leader dell’ala più oltranzista nei confronti di Mosca. Maskhadov, più “moderato”, ha proposto lo stesso una tregua unilaterale, non ricevendo alcuna risposta da Mosca, ritrovandosi anzi indicato da Putin come coinvolto nello stesso massacro della scuola di Beslan. Accuse alle quali Maskhadov non ha mai risposto con chiarezza, probabilmente per non perdere credito all’interno della resistenza cecena. Questo non rispondere con chiarezza ha di sicuro contribuito a rendere ambigua la sua figura.

Oramai isolato, abbandonato anche da molti osservatori occidentali, indicato da Mosca come pericoloso ricercato, con tanto di taglia sulla sua testa, Maskhadov, nel tentativo di restare fino alla fine un “uomo di pace”, si è ritrovato solo. Questo nonostante molti analisti l’abbiano considerato fino a ieri come l’unica alternativa alla guerra ad oltranza tra il Cremlino e la Cecenia. Un uomo rimasto solo. Troppo facile a questo punto eliminarlo fisicamente con un colpo di fucile.

Cosa ne sarà ora della Cecenia?
Cosa succederà ora che Shamil Basayev non ha più l’ostacolo di un Maskhadov che di recente ha dichiarato, tramite un suo portavoce, di essere “pronto a sedersi ad un tavolo di trattativa, in qualsiasi momento” e che “un colloquio di 30 minuti con Putin sarebbe sufficiente a concludere le ostilità“?

Ora Basayev e Putin hanno ottenuto quel che cercavano: fronteggiarsi direttamente.

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