Il rischio nucleare del Sol Levante

15 aprile 2006

Pubblicato su Altrenotizie

Lunedì 10 aprile, alle 20.40, gli italiani erano tutti davanti ad un televisore a prestare attenzione ai risultati elettorali e disattenzione a tutto ciò che non riguardava voti, schede, Camera e Senato.
Così, nonostante uno dei temi fondamentali dei programmi di entrambe le coalizioni sia quello energetico e riguardi in particolare il ritorno all’uso dell’energia nucleare, è sfuggito a tutti che in quel preciso istante in Giappone, 3.40 ora locale, in una centrale nucleare in costruzione situata a Rokkashomura, nella provincia settentrionale di Aomori, qualcosa non ha funzionato.
Secondo i comunicati ufficiali giapponesi, l’incidente è stato causato da una miscela avente un volume di circa 40 litri di Mox.
Il Mox è un combustibile nucleare, un liquido contenente 260 grammi di uranio e un grammo di plutonio: é fuoriuscito dal reattore centrale durante delle operazioni da parte di tecnici addetti alla messa a punto del reattore.

Nessun pericolo dalla fuga di liquido radioattivo, secondo Yukio Takahashi, portavoce della Japan Nuclear Fuel, società che gestisce l’impianto di produzione del Mox. Secondo Takahashi il liquido radioattivo fuoriuscito non si è disperso nell’atmosfera e nessuna persona è stata contaminata. L’incidente sarebbe stato provocato dal malfunzionamento di un robot che per errore ha aperto un contenitore riempito di questo liquido.
Ci sarebbe da chiedersi a questo punto se l’inchiesta aperta dalle autorità nipponiche sarà in grado di esaminare l’apposito software di controllo e automazione che pilotava il robot.

Da un punto di vista tecnico, si è trattato di un incidente pericoloso, in quanto c’è stata la dispersione di un grammo di plutonio. Non ci si deve lasciare ingannare dal dato numerico: già un milionesimo di grammo, se inalato, è letale per l’uomo.
L’impianto in cui è avvenuto l’incidente è il primo impianto sperimentale giapponese, essendo dotato di dispositivi per il ritrattamento, cioè per la fabbricazione di plutonio; si tratta inoltre di un nuovo tipo di reattore per il Giappone, di tipo autofertilizzante.
Questa particolare caratteristica dell’impianto aumenta la gravità dell’incidente: in caso di pressioni da parte dell’opinione pubblica giapponese, potrebbe anche seguire nelle prossime settimane uno stop alla sperimentazione nel settore. Inoltre, un impianto di questa classe permette la produzione di plutonio sia per la filiera industriale civile sia per quella militare, si tratta quindi del primo impianto nucleare che teoricamente è in grado di produrre plutonio anche per armi nucleari.

La costruzione della centrale era attesa da ben 13 anni, poi solo all’inizio di questo mese era giunto il definitivo via libera alla costruzione dell’impianto autofertilizzante.
Quel che appare certo, è che l’incidente riaccende le polemiche su questo tipo di centrali nel Paese del Sol Levante. Il Giappone infatti, unico paese finora vittima di bombardamenti nucleari, ha un’opinione pubblica particolarmente sensibile a queste polemiche, ed anche se il governo si attiene ad una politica di totale rifiuto degli armamenti atomici, restano i mille dubbi sollevati da un impianto che permette comunque la produzione di ordigni nucleari.
Greenpeace Giappone ha subito denunciato l’incidente, chiamando in causa l’industria privata che sta costruendo l’impianto di Aomori e le misure di sicurezza che ha adottato, pur se la fuga è stata messa subito sotto controllo.

Chi ci lavora, anche con tutte le dovute precauzioni e schermature, è sottoposto comunque ad elevate dosi di radiazioni e, nonostante tutti i filtri possibili, ciò che esce dall’impianto sotto forma di gas o liquidi, genera un pericolo altissimo di leucemia per le popolazioni circostanti.

Interpellato sull’argomento dalla rivista “Nuova Ecologia”, il fisico Massimo Scalia ha evidenziato un aspetto strettamente connesso alla cronaca di questi giorni: è il legame fra il “nucleare ad uso civile” e quello militare. “È singolare”, dice Scalia, “che questo incidente sia avvenuto in Giappone, dove la strategia militare appare chiara, proprio mentre ci si oppone ai progetti dell’Iran”.

Riguardo a chi pensa che il nucleare sia oramai sicuro, dovrebbe forse riflettere bene sulle competenze, sulla segretezza del software di automazione e, in generale, su come la gestione di un impianto nucleare richieda livelli di attenzione e di precisione che solo una lunga esperienza può fornire. “Il nucleare fa scalpore e notizia”, continua ancora Scalia, “quando avvengono incidenti straordinari come questo in Giappone, ma gli incidenti sono la routine quotidiana. E possono avvenire su tutto ciò che comporta il ciclo del nucleare, non solo nelle centrali, perché anche quando viene trattato il materiale grezzo si è in presenza di materiale radioattivo”.

Il Mox, pericoloso e non di prima scelta, in quanto si tratta per lo più di materiale riciclato, era già balzato agli onori delle cronache quattro anni fa, per appena 24 ore, al momento della partenza dal porto giapponese di Takahama di una nave brittanica che doveva trasportarne un imprecisato quantitativo dal Giappone all’Inghilterra.
Per 24 ore e non di più (era il 5 luglio 2002) il mondo intero ha parlato di un viaggio pericoloso attraverso tre oceani, di una nave possibile obiettivo di attentati terroristici, di un carico che per motivi di sicurezza non avrebbe attraversato il canale di Suez; poi di nuovo tutti a parlare del Brasile neo-campione del mondo e delle prodezze di Ronaldo.
In realtà spedizioni di carichi nucleari avvengono relativamente spesso, nell’ordine di una decina di viaggi all’anno. Se in quell’occasione la partenza della spedizione ha avuto gli onori delle cronache, è stato solo per la solita spettacolare azione degli attivisti di Greenpeace.

Stavolta invece il pericolosissimo Mox è tornato alle cronache per un incidente, una sua fuoriuscita può avere conseguenze disastrose per centinaia di anni, ma non per questo si smette di farne uso: essendo un combustibile di seconda scelta costa molto meno di altri combustibili nucleari. Dalla sua filiera di produzione esce anche un altro prodotto di scarto ma molto usato, il cosiddetto uranio impoverito.
Chi si aspetta una messa al bando del Mox, può rassegnarsi: la costruzione di impianti nucleari oggi è diminuita fortemente rispetto a 20 anni fa, ma i nuovi impianti in progetto o in costruzione sono tutti impianti a Mox; prima tra tutti la centrale di Sinop, sul Mar Nero, dove il governo turco ha scelto di installare la sua prima centrale nucleare, che sarà costruita dalla Westinghouse, controllata dalla giapponese Toshiba. Quella Westinghouse che si candida apertamente anche a costruire le future centrali italiane, dopo il ribaltamento del risultato referendario del 1987.

13 thoughts on “Il rischio nucleare del Sol Levante”

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