I luoghi comuni del nucleare in Italia

11 marzo 2009

pubblicato su Altrenotizie

Dopo la firma dell’accordo italo-francese per la costruzione di centrali nucleari in Italia, è subito iniziata la propaganda, politica ma anche industriale, per portare l’opinione pubblica verso l’accettazione del nucleare. Le principali ragioni del “partito del sì” al nucleare sono piuttosto deboli e fondate su imprecisioni. Inoltre, vengono sempre raccontate senza fornire i dati ufficiali dei bilanci energetici nazionali degli ultimi anni, giocando sul fatto che l’italiano medio non sa quanta energia viene prodotta in Italia, e quanta ne viene consumata.
La prima motivazione del sì è di solito il fatto che importiamo energia elettrica dalla Francia e dalla Svizzera, e che senza quell’energia noi non potremmo muoverci.
Che importiamo energia dalla Francia e dalla Svizzera è vero, ma senza quell’energia, in particolare quella francese, ci muoveremmo facendo finalmente lavorare le nostre centrali. Al momento, essendo in Italia il mercato dell’energia libero e privatizzato, le centrali elettriche italiane lavorano meno di quanto potrebbero. Succede sempre, quando il mercato è libero: i privati tendono a ridurre i costi di gestione delle centrali e massimizzare i profitti. La Francia, e non solo perché produce energia per via nucleare, fa dei prezzi che di notte sono inferiori a quelli praticati dalle centrali italiane.

Per tale motivo, i gestori (privati) italiani, di notte preferiscono acquistare l’energia dalla Francia. E le centrali italiane? Semplice: le spegnamo. E questa non è una novità: tutti ricordiamo il 28 settembre 2003, quando un black out colpì tutta la penisola. Per un guasto, vennero a mancare di notte pochi megawatt provenienti dalla Svizzera, ma noi in Italia avevamo le centrali spente: di conseguenza, crollò tutto il sistema elettrico italiano. Se avessimo avuto le centrali accese, questo non sarebbe avvenuto.

Oltre questo, l’Italia nel 2007, ultimo dato ufficiale disponibile, ha anche esportato a clienti esteri 2.648,1 GWh (Gigawattore) di energia. Se non spegnessimo le centrali, se le usassimo sempre, avremmo addirittura più molta energia da esportare: secondo i dati forniti dalla Terna, la capacità produttiva italiana è superiore al consumo!
Certo, oggi è così, domani non lo sarà perché il fabbisogno energetico, con questo livello di economia, è destinato ad aumentare. Come se non bastasse, c’è anche un altro problema al quale la politica sembra non pensare: pochi italiani hanno idea di quanta sia l’energia elettrica che si perde nel suo percorso tra il luogo dove viene prodotta e l’utilizzo finale: nel 2007 abbiamo perso lungo le linee elettriche 20.975,7 GWh . Nonostante questo, sentiamo tanti bei discorsi su un nucleare vecchio e destinato a morire, ma non sentiamo altrettanti bei discorsi sull’ammodernamento del sistema elettrico italiano, sul rinnovamento delle linee, sulla minimizzazione delle perdite, sulla riduzione degli sprechi.

Spesso, sentiamo dire ai sostenitori del nucleare che l’energia importata dalla Francia la paghiamo di più. Questo è palesemente falso. La Francia ce la vende a prezzi inferiori rispetto alle nostre centrali per un motivo semplicissimo. L’energia elettrica in Francia viene prodotta principalmente da EDF (Electricité de France), che per ora è ancora statale. Pertanto, non essendo un privato che deve fare budget e guadagnare e fare profitti, fa ancora tariffe “statali”, al di sotto del prezzo di mercato. Inoltre, le centrali in Francia funzionano sempre, soprattutto quelle nucleari che non possono mai essere spente, e siccome l’energia elettrica non è in nessun modo immagazinabile, soprattutto di notte andrebbe tutta perduta. Per tale motivo, la Francia la cede ad un costo bassissimo.

Certo, prima o poi questo finirà, poichè in Francia è in programma una graduale privatizzazione di EDF, ma via via sarà la Francia a costruire nuove centrali, e quindi fare nuovi guadagni, in Italia, e la dipendeza energetica dall’estero rimarrà. Dietro tutto questo c’è anche un problema reale che le centrali italiane hanno davvero. Come tutti i manufatti, anche le centrali italiane invecchiano, hanno costi di manutenzione sempre maggiori, e quindi aumentano anche i costi di produzione. Il problema dello svecchiamento delle centrali sembra però non interessare nè gli operatori dell’energia nè l’alta politica.

Infine, si parla spesso del nucleare come soluzione ai problemi ambientali, poiché permetterebbe di ridurre le emissioni di CO2 e di vari “gas serra”. Purtroppo non è così. Le emissioni di CO2 non si riducono, e questo è bene ricordarlo: la CO2 viene rilasciata nei processi per la preparazione del combustibile, e si stima che le emissioni siano dello stesso ordine di grandezza di quelle di una centrale a cogenerazione.
A questo, i sostenitori del ritorno al nucleare sostengono che sia il nucleare che le fonti rinnovabili vanno nella stessa direzione, una riduzione dell’uso dei combustibili fossili. E’ parzialmente vero. C’è da precisare tuttavia che l’Uranio è un minerale, quindi assimilabile ai combustibili fossili, e non certo una fonte rinnovabile. Anzi, diviene importante precisare che oggi, con il consumo che si fa attualmente di Uranio, si prevede che duri ancora, prima di esaurirsi sulla Terra, appena 50 anni, essendo un minerale rarissimo. Con questo si rischia, in Italia, tra rinvii e ritardi sulle opere, di costruire le centrali giusto per vedere esaurito l’Uranio e quindi lasciarle spente per assenza di combustibile.

I nuclearisti, è sempre bene ricordarlo, tendono a tacere o a sottostimare le cifre riguardanti il costo di costruzione delle centrali. Le stime attuali parlano di costi che oramai superano i 4 miliardi di euro per ogni centrale. Su questo, si dovrebbe riflettere sul serio.

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