Lo stillicidio nucleare francese

25 luglio 2008

Pubblicato su Altrenotizie

Sembra uno stillicidio di guasti, incidenti, errori. Ma quando uno stillicidio diventa continuo, significa che c’è qualcosa che non va nell’organizzazione dell’intero sistema. Ed il sistema in questione è quello della produzione energetica francese attraverso i reattori nucleari. Dopo la perdita di Uranio a Tricasin dell’8 luglio scorso, dieci giorni dopo è toccato all’impianto di fabbricazione di combustibili nucleari Fcbc a Romans sur Isere subire un incidente: la rottura di una canalizzazione sotterranea ha fatto fuoriuscire dei liquidi di scarto che contengono uranio. L’annuncio è stato dato dall’Agenzia di sicurezza nucleare (Asn), che ha naturalmente sottolineato, come succede sempre in questi casi, che non c’è “alcun impatto per l’ambiente”. Strano, poiché gli stessi tecnici dell’Asn, dopo un sopralluogo, hanno riferito che “la rottura della canalizzazione sotterranea risalirebbe, secondo il gestore, a molti anni fa”, mentre sono state prese “delle misure correttive destinate a proteggere la zona contro le eventuali intemperie”.

La cosa semmai grave è che i tecnici Asn hanno constatato “la non conformità di queste tubature di fronte alle esigenze della regolamentazione” che prevede normalmente “una capacità di resistenza agli choc sufficiente per evitare ogni rottura”. Il ministro dell’Ambiente, Jean-Louis Borloo, in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Parisien aveva preannunciato controlli a tappeto per garantire la sicurezza dei 58 reattori nucleari esistenti nel Paese. “È tutto sotto controllo – aveva spiegato il ministro – ma voglio esserne certo. Non mi va la gente pensi che stiamo tenendo loro nascosto qualcosa”.

Fatto sta che la Francia registra una media annuale di 115 “anomalie” nell’industria nucleare, che spesso in passato non sono neanche state rese pubbliche: guasti, errori, eventi che vengono sempre classificati come “anomalie”, termine certamente più rassicurante rispetto a “incidente”. L’Asn ha comunque precisato che si tratta di “poche centinaia di grammi” di sostanza fissile. Precisazione inutile, poiché quando si parla di uranio o di un qualunque elemento transuranico, “poche centinaia di grammi” è una quantità elevatissima e niente affatto piccola, una quantità sufficiente a contaminare pesantemente una vasta zona per secoli.

Lo scorso 21 luglio arriva lo schock del terzo incidente. Stavolta però va peggio: la fuoriuscita del liquido radioattivo è avvenuta nell’impianto di Saint Alban, nella regione dell’Isere, a ridosso delle Alpi e del Piemonte. La notizia arriva da Electricité de France, l’azienda elettrica francese. Quindici operai restano contaminati dalle radiazioni, e non serve che nel comunicato di EdF si aggiunga un semplice aggettivo, trasformandoli in “leggermente contaminati” per cambiare la sostanza dei fatti. Gli operai sono stati colpiti dal liquido radioattivo nel corso di un intervento di manutenzione. In seguito all’incidente, sono state ritrovate “tracce di elementi radioattivi” nel corso dei monitoraggi e dei controlli medici di routine sui dipendenti dell’impianto. Da notare la posizione dell’azienda, che si è affrettata a dichiarare che non vi possono essere conseguenze di alcun tipo sulla loro salute. L’incidente, svelato dal quotidiano regionale Le Dauphinè Liberè, non è stato classificato dall’Agenzia di sicurezza nucleare. Il chiaro tentativo è quello di far rapidamente dimenticare l’evento.

Ma la catena d’incidenti – o “anomalie”, come gli piace definirle – non si ferma. Il 23 luglio, la Francia deve forzatamente riflettere e non far cadere nel dimenticatoio quel che succede. Nella stessa centrale di Tricastin, che già aveva causato una forte perdita (360 Kg) di Uranio finito nei fiumi, cento operai della centrale nucleare del Tricastin sono stati contaminati da elementi fuorusciti da una tubatura nel reattore numero 4, fermo per manutenzione.
Alle nove e mezza del mattino, una tubatura all’interno della struttura di contenimento del reattore è stata aperta durante le operazioni di manutenzione e ne è fuoriuscita polvere radioattiva. Lo ha reso noto la direzione di EdF, aggiungendo anche stavolta che i lavoratori sono stati “leggermente” contaminati. I cento operai sono stati irradiati da cobalto 58. Al momento della contaminazione, il sistema d’allarme ha funzionato bene, facendo scattare le sirene. Il personale è stato evacuato d’urgenza, ma 91 persone, al successivo controllo medico, hanno presentato segni di contaminazione (niente affatto leggera) da cobalto 58.

Come negli altri casi, le autorità francesi minimizzano. Stavolta, anzi, le autorità della sicurezza nucleare hanno classificato l’incidente a livello zero della scala, che va fino a sette. Mentre per la fuga di uranio dalla tubatura di Tricastin dell’8 luglio e il successivo incidente nella centrale di Romans-sur-Isere, non lontano, c’era stata la classificazione al livello 1. Può sembrare strano, visto che quest’ultimo incidente è certamente più grave, ma in realtà il motivo c’è: l’Asn diffonde i propri pareri e apre commissioni d’inchiesta sugli incidenti soltanto a partire dal livello 1. Anche stavolta, per il direttore della centrale, gli operai sono “lievemente” contaminati e si è trattato di “un episodio senza gravità“.

Anche i giornali italiani hanno minimizzato, forse per non disturbare Scajola. Ma la notizia dell’assenza di notizia non va bene affatto, dal momento che si tratta del secondo episodio in pochi giorni a EDF-Tricastin, dove lavorano 1.200 persone e 550 distaccati in un’area di 600 ettari a cavallo fra la Vaucluse e la Drome, la maggiore concentrazione di imprese dell’industria nucleare francese. Si trova ad appena 200 Km dal confine italiano, ma la nostra stampa ha preferito trasformare questa informazione in un più morbido “a ben 200 Km ed oltre dal confine italiano”.

Infuriate le associazioni ambientaliste francesi: “Come sempre è un portavoce dell’Asn che diffonde e controlla queste informazioni”, ha attaccato la federazione France Nature Environnement, secondo la quale la legge del 13 giugno 2006 permette che “tutti i poteri di gestione della filiera nucleare siano concentrati nelle mani di cinque dirigenti” dell’Asn. La federazione, che raggruppa circa 3mila associazioni di difesa dell’ambiente, chiede che delle autorità di controllo indipendente “possano fare un’audizione pubblica in merito a questi diversi incidenti affinché tutti i cittadini possano conoscerne le cause e gli effetti” e possano riflettere sulle eventuali azioni giudiziarie.

Così, nell’arco di tre settimane, il nucleare francese è passato, incidente dopo incidente, da esempio da esportare a fatto da nascondere sotto qualche articolo minimizzatore nelle pagine interne dei giornali. L’atteggiamento dell´industria nucleare francese non muta: minimizzare il pericolo di incidenti che ormai si ripetono con una frequenza che inizia a diventare inquietante. Le dichiarazioni istituzionali dopo ogni “anomalia” sembrano essere un disco che non viene cambiato mai, è sempre il discorso ingannevole del “I livelli di contaminazione sono al di sotto dei limiti di legge”, “Non c’è pericolo per la salute dei lavoratori e degli abitanti”.

Proprio in Francia, è dal 1990 che la Commission Internationale de Radioprotection (Cipr) ha ammesso che “Ogni dose di irradiamento comporta un rischio cancerogeno e genetico”. Inoltre, anche quando il livello di radioattività è debole, la contaminazione è una minaccia molto grave e pericolosa per gli esseri viventi. Una contaminazione ha luogo quando particelle radioattive penetrano in un organismo vivente, in questo caso quello di un lavoratore della filiera nucleare. Le particelle radioattive possono fissarsi dentro un organo ed il cancro è quasi assicurato, anche se dieci o quindici anni dopo, quando sarà ormai impossibile dimostrare che il male è arrivato in conseguenza della contaminazione radioattiva.

L’industria nucleare francese ha risolto il problema della protezione dei propri lavoratori dal rischio radioattivo in modo molto semplice ed efficace: i lavori di manutenzione e quelli più a rischio di contatto, sono realizzati da interinali e personale d’imprese sub-appaltanti che, dopo aver lavorato qualche anno nel nucleare, non sono reimpiegati. Anche i tumori vengono dati in outsourcing.

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