I petrolieri contro la Robin Hood Tax

19 giugno 2008

pubblicato su Altrenotizie

All’assemblea annuale dell’Unione Petrolifera non si poteva certo evitare di parlare e sparlare della cosiddetta “Robin Hood Tax”. Quel che è certo è che i petrolieri hanno ricevuto il sostegno non solo formale, ma anche politico, da parte del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: “Siamo contrari a ogni forma di aumento della tassazione in un Paese che ha le tasse più alte d’Europa”, ha detto Marcegaglia nel suo intervento in assemblea, “a maggior ragione lo siamo per un settore assolutamente strategico. Il modo migliore per trovare una soluzione è sedersi attorno a un tavolo”. L’Italia spenderà 13 miliardi in più per importare greggio, dichiarato il presidente dell’Unione Pasquale De Vita nel corso dello stesso incontro: “Se le tendenze di prezzo e di cambio dovessero confermarsi”, nel 2008 la bolletta petrolifera “potrebbe oscillare tra i 34 e i 44 miliardi di euro, oltre 13 miliardi in più rispetto al 2007. La fattura energetica potrebbe di conseguenza attestarsi intorno ai 65 miliardi, 18 miliardi in più rispetto al 2007)”.

In poco più di un anno il prezzo del greggio è salito di oltre il 150%. In termini reali si tratta di valori superiori a quelli degli anni delle crisi degli anni ’70, anche se temperati dall’apprezzamento dell’euro. L’impatto della moneta unica, secondo le stime dei petrolieri permetterà di risparmiare circa 4,5 mld. De Vita non ha fatto previsioni sull’andamento dei prezzi spiegando che per ora tutto dipende dall’Opec e dalla sua disponibilità ad aumentare la produzione. Una prospettiva che, nonostante la scelta dell’Arabia Saudita di salire a 200.000 barili al giorno a partire da luglio, sembra poco probabile: “L’Opec per il momento non sembra affatto intenzionata a mettere mano ad un aumento produttivo – ha proseguito De Vita – semmai è più facile aspettarsi il contrario. L’Arabia Saudita lo ha annunciato, ma altri hanno parlato di tagliarla”.

Secondo il numero uno dei petrolieri italiani, che ha definito la Robin Hood Tax di Tremonti ispirata da “un chiaro e dichiarato scopo punitivo”, il settore è “sotto continua aggressione, demonizzato, considerato la causa di tutti i mali, penalizzato dai problemi di sempre sotto il profilo ambientale, autorizzativo e burocratico”. Poi, rispondendo a quanti si chiedevano come i petrolieri avrebbero risposto alle nuove misure del Governo, ha detto: “Non so se quello che si sta predisponendo potrà influenzare i programmi futuri degli operatori”. A cominciare dagli investimenti, previsti in 6,1 miliardi nel triennio 2008-2011. Ma anche, ha lasciato intendere, le strategie delle compagnie: “Ognuno decide a casa sua e non ho sentito parlare di possibili abbandoni dell’Italia, ma di certo la raffinazione e la distribuzione sono i settori meno redditizi” e qualcuno, come la Exxon in America, ha già deciso di uscire dal segmento.

A sentirlo, insomma, tra poco andrà a finire che saranno i petrolieri a farsi considerare delle povere vittime. Per ora, i toni sono minacciosi. Le dichiarazioni di De Vita si possono riassumere in due punti salienti. Prima di tutto, i petrolieri rinviano al mittente le accuse di essere causa di tutti i mali, soprattutto sul fronte del caro-vita. In seconda battuta, De Vita sostiene che se si continua così, sono a rischio i futuri investimenti se non, addirittura, le strategie delle compagnie nel Paese. Il che è già una minaccia.

Da parte sua, il presidente di Confindustria non ha perso occasione per attaccare violentemente il trattato di Kyoto e la limitazione alle emissioni in atmosfera: “Quello di cui si parla per il post Kyoto è estremamente preoccupante”, ha dichiarato Marcegaglia, “Per questo ho inviato una lettera a Berlusconi sollecitando una posizione molto forte del governo italiano a livello di consiglio d’Europa perchè se dovesse passare la logica di mettere all’asta dopo il 2012 le emissioni di C02 ci faremo dei danni per i prossimi decenni drammatici e senza senso”, si tratterebbe ovviamente di danni economici, dai quali gli industriali vorrebbero salvarsi, a discapito dell’ambiente e della temperatura dell’intero pianeta. In questo, certamente gli industriali salvatasche (proprie) possono godere dell’appoggio del governo in carica, tanto è vero che la leader degli industriali ha mostrato apprezzamento “per il coraggio del ministro Prestigiacomo che ha detto con chiarezza che l’assetto per il post 2012 va rivisto”.

Una strategia a tutto campo quella che esce dall’alleanza tra petrolieri ed industriali. I primi, in un’Italia che affonda sotto i colpi del caro-petrolio, rigirano la frittata e si mostrano come quelli che da anni sono “oggetto di aggressioni e demonizzati”; i secondi fanno quadrato attorno ai loro privilegi ed alle loro plusvalenze, sempre pronti a far tirare la cinghia agli italiani, mai disposti ad aprire di un solo pelo le proprie tasche. Entrambi puntano ad ottenere la piena libertà di inquinare, ovviamente senza pagare nulla.

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