Conferenza di Parigi: una speranza per l’ambiente

29 aprile 2008

Pubblicato su Altrenotizie

Si è aperta a Parigi presso la sede dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, la riunione dei Ministri dell’Ambiente dei Paesi OCSE, in cui si discuterà del delicato tema “Ambiente e competitività globale”. La conferenza, della durata di due giorni, è presieduta da Alfonso Pecoraro Scanio in veste, anche se ancora per poche ore, di Ministro dell’Ambiente della Repubblica Italiana. I Ministri dell’Ambiente dei 30 paesi OCSE, assieme ai loro colleghi dei paesi candidati all’entrata nell’organizzazione (Cile, Estonia, Israele, Russia e Slovenia) ed ai ministri provenienti da Brasile, Cina, India, Indonesia e Sud Africa si stanno confrontando sulle modalità di azione condivisa per raggiungere obiettivi ambientali comuni: riduzione dell’inquinamento, conservazione della natura e minore produzione di CO2.

L’OCSE ha recentemente pubblicato un documento dal titolo Oecd Enviromental outlook to 2030 nel quale si evidenziano soluzioni politiche per fare fronte al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alla scarsità d’’acqua e alle conseguenze sulla salute umana causate dall’inquinamento. Le prospettive ambientali dell’Ocse al 2030 forniscono alcune analisi delle tendenze economiche e ambientali e alcuni esempi di politiche in grado di far fronte alle problematiche più importanti. Particolare attenzione è dedicata alle azioni necessarie per evitare danni irreversibili all’ambiente, senza per questo compromettere la crescita economica e il benessere sociale, nella logica dello sviluppo sostenibile. Affrontare i problemi più importanti non solo è possibile, ma è anche conveniente, perchè i costi dell’inazione sono molto elevati.

Proprio all’inizio della conferenza, c’è stato il primo incidente politico: secondo alcuni dei delegati di Parigi, i piani presentati dagli Stati Uniti per bloccare l’incremento di emissioni di gas serra entro il 2025 sono stati giudicati troppo modesti, oltre al fatto di arrivare troppo tardi. Mentre alcuni ministri hanno apprezzato le proposte avanzate da George W. Bush perché rappresentano un primo passo verso misure di questo tipo, la maggioranza è stata piuttosto critica. Le previsioni fatte dal Comitato ONU sul clima indicano che le emissioni nei paesi industrializzati devono scendere, entro il 2020, di una percentuale tra il 25 e il 40% rispetto ai livelli del 1990, per evitare siccità, inondazioni ed innalzamento dei mari conseguente alla riduzione della massa di ghiacci delle calotte polari. Il piano di Bush per arrestare la crescita di emissioni Co2 negli Stati Uniti entro il 2025, in aggiunta alle precedenti disposizioni per la riduzione dei gas inquinanti entro il 2012, non sembra essere in grado di raggiungere neanche quel minimo del 25%.

“Il presidente degli Usa ha fatto un discorso deludente”, si legge in un comunicato rilasciato dal ministro dell’Ambiente tedesco Sigmar Gabriel, dal titolo emblematico “Gabriel critica il discorso neanderthaliano di Bush”. Non molto diverso, anche se più diplomatico nei termini, il parere del Commissario europeo per l’Ambiente Stavros Dimas, che ha dichiarato alla Reuters: “Il presidente Bush ha riconosciuto la necessità di una legislazione federale obbligatoria per far fronte ai cambiamenti climatici, ma ciò che propone non darà alcun contributo significativo”, mentre l’ambasciatore francese per il clima Brice Lalonde ha commentato dicendo che l’amministrazione Usa “è un po’ in ritardo”.

Bush lascerà definitivamente la carica di presidente USA nel gennaio 2009, e tutti i suoi potenziali successori, dal repubblicano John McCain ai due candidati democratici Barack Obama e Hillary Clinton, hanno già chiesto misure più severe di quelle proposte dall’attuale capo della Casa Bianca.

Molti delegati intervenuti alla conferenza concordano sul fatto che un’azione più immediata sarebbe necessaria per evitare i peggiori effetti del riscaldamento globale. La maggior parte dei paesi industrializzati mira a tagliare le emissioni dannose per raggiungere livelli inferiori a quelli registrati nel 1990 a breve termine.

A lungo termine, invece, emerge l’importanza dell’agire tempestivamente per affrontare le più importanti problematiche ambientali: un’azione ritardata vedrà come conseguenza che i paesi in via di sviluppo, meno attrezzati per gestire e affrontare queste problematiche, subiranno le peggiori conseguenze ambientali. L’assenza di politiche d’intervento e i ritardi nell’adottare politiche adeguate hanno costi economici e sociali molto elevati, con conseguenze dirette, primo tra tutti il costo della sanità pubblica, e indirette, come la diminuzione della produttività, non solo sulle economie, ma anche sulle società civili, incluse quelle dei paesi dell’Ocse.

La riunione di Parigi è strutturata su quattro sessioni: i recenti trend ambientali e le proiezioni per i prossimi decenni, la cooperazione ambientale tra gli stati membri Ocse e le economie emergenti, competitività, eco-innovazione e cambiamento climatico, rafforzare la cooperazione tra i governi per politiche ambiziose di lotta al cambiamento climatico.

Al di là della conferenza di Parigi, proseguono anche le trattative tra singoli stati in materia di emissioni. A tale proposito, sono vicine alla conclusione quelle tra Francia e Germania, che si stanno accordando sulla riduzione delle emissioni di CO2 delle auto di nuova produzione. E questo potrebbe accadere entro l’inizio di giugno, quando si terrà la prossima riunione dei ministri dell’Ambiente dell’UE. L’indiscrezione arriva da una fonte del Governo tedesco che ha preferito conservare l’anonimato.

Le Case automobilistiche tedesche, tuttavia, ritengono che questa politica favorisca i costruttori di vetture di piccola cilindrata, a partire da quelli francesi e italiani, e che potrebbe indebolire l’immagine internazionale delle potenti auto tedesche. Di conseguenza, la Vda, l’associazione dei costruttori tedeschi di auto, guidata dall’ex ministro cristiano-democratico Matthias Wissmann, sta effettuando dall’inizio dell’anno una forte pressione sul Governo di Berlino per ottenere un cambiamento delle “regole ambientali” che erano state ipotizzate. Il suo obiettivo è far sì che tutte le vetture, di qualunque cilindrata, siano costrette a contribuire in modo significativo alla riduzione delle emissioni di gas serra. E sembra che questo lavoro di lobbying stia riuscendo.

Già la settimana scorsa, il commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas si era detto disposto ad andare incontro alle richieste delle Case tedesche. Se questo dovesse accadere, le auto di piccola cilindrata che già adesso sono vicine o, addirittura, rispettano il cosiddetto “obiettivo 120 grammi”, riferito alla CO2 emessa, saranno obbligate a ridurre ulteriormente le loro emissioni più di quanto fosse finora lecito prevedere. Mentre alle potenti macchine tedesche verrebbe consentito di stare più lontane del previsto da quota 120.

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