La pattumiera d’Africa

10 aprile 2008

Pubblicato su Altrenotizie

 

Il governo della Costa d’Avorio e la multinazionale Trafigura hanno firmato un protocollo d’intesa che prevede l’avvio dei lavori di disinquinamento dei siti localizzati nella capitale Abidjan. Si tratta di quei luoghi che nell’agosto del 2006 furono colpiti dallo sversamento di rifiuti tossici provenienti dalla nave Probo Koala. Il processo di bonifica dai depositi di rifiuti tossici, interamente provenienti da traffici illeciti di origine europea, è molto lento, tanto da spingere il governo della Costa d’Avorio ad intraprendere questa ulteriore azione con Trafigura. “La parte Trafigura dovrà procedere ad un disinquinamento complementare e ad un seguito ambientale. Queste operazione saranno velocizzate”, ha detto Désiré Tagro, ministro dell’ambiente ivoriano, “Tutte le parti, vale a dire Trasfigura e lo Stato della Costa d’Avorio, hanno stimato che è giunto il tempo di accelerare i termini e lasciare alle parti ivoriane la cura di questo disinquinamento complementare. Evidentemente i costi necessari a queste operazioni sono a carico della parte Trafigura”. Trafigura si è impegnata al pagamento di una somma di 5 miliardi di Franchi della Costa d’Avorio a titolo di avanzo di tesoreria per la costruzione di un impianto di trattamento dei rifiuti solidi urbani da realizzare ad Abidjan.

E’ forse una delle prime volte che a pagare i danni dello sversamento illecito è chi l’ha causato. Infatti, Trafigura aveva noleggiato la nave Probo Koala, che aveva scaricato in Costa d’Avorio rifiuti tossici che avevano provocato almeno 15 vittime ad Abidjan e contaminato oltre 100 mila persone. Il governo della Costa d’Avorio,aveva avviato un procedimento giudiziario contro Trafigura, ma lo aveva abbandonato in seguito alla firma di un protocollo di intesa che prevedeva come prima cosa un indennizzo di 95 miliardi di Franchi della Costa d’Avorio allo Stato. La seconda fase del protocollo d’intesa riguarda la bonifica completa dei siti contaminati.

Nonostante questa volontà, accompagnata all’impegno finanziario, di Trafigura per “sistemare” le cose, sullo sfondo della vicenda rimangono le vittime, i malati e il neocolonialismo occidentale, che
dall’Africa importa risorse ed esporta gli scarti. Tutti i Paesi del cosiddetto “primo mondo”, quello industrializzato e ad alto tenore di vita, hanno potuto liberarsi facilmente dai loro rifiuti più scomodi. I motivi sono principalmente due: i costi di gestione e l’ambiente. Seguendo le direttive dell’Unione Europea decontaminare e smaltire in sicurezza dei residui tossici viene a costare più di mille dollari alla tonnellata. Di contro, gli smaltitori illeciti offrono prezzi fino a nove decimi più bassi incluso il trasporto fuori dai confini nazionali.

Per questo motivo, il 47 per cento delle scorie europee, in particolare quelle tossiche, come i rifiuti elettronici, i vecchi computer, i macchinari ospedalieri, viene spedito via mare in paesi del “terzo mondo”, spesso a bordo di navi vecchie e rugginose, pronte anche ad affondare, appartenenti a compagnie sospette, che di pulito e trasparente non hanno praticamente nulla.

Per sfuggire ai controlli, le navi dei rifiuti usano bandiere di comodo, che spesso cambiano durante il tragitto, nonostante il diritto internazionale preveda che il Paese al quale appartiene la bandiera di una nave è responsabile del controllo delle sue attività, ma molti Stati permettono alle imbarcazioni di usare la loro bandiera per poche centinaia o migliaia di dollari, ignorando ogni reato commesso. Una specie di “affitto” della bandiera. Tra questi Stati ci sono certamente la Sierra Leone, ma anche addirittura l’Uzbekistan, che non ha alcuno sbocco sul mare.

Secondo l’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, la produzione annua mondiale di rifiuti elettronici va dai 20 ai 50 milioni di tonnellate. Questo materiale tossico viene diviso in rifiuti
riciclabili e non riciclabili. I primi partono solitamente per l’India e la Cina, dove vengono venduti all’asta, ritrattati e rimandati in Europa e in Nord America come materie prime; i secondi finiscono invece sempre più spesso nelle mani delle ecomafie, la cui destinazione principale rimane l’Africa.

L’organizzazione non governativa “Basel Action Network”, rivela ad esempio che il 75 per cento del materiale elettronico che arriva in Nigeria non può essere riciclato e diventa agente inquinante. La Somalia riceve regolarmente tonnellate di rifiuti elettronici e radioattivi. Spesso, approfittando della debolezza del governo centrale, le ecomafie riversano in mare i loro carichi, alcuni dei quali sono riemersi dopo lo tsunami del dicembre 2005. Tra i vari fusti sbalzati dall’onda anomala sulle rive, sono stati ritrovati uranio radioattivo, cadmio, mercurio, materiale industriale ed ospedaliero altamente tossico proveniente dall’Europa. Si tratta quindi di una cattiva, quando non addirittura assente, gestione dei rifiuti speciali da parte di tutto il mondo industrializzato. Un fenomeno pericolosissimo, di cui noi consumatori siamo – volenti o nolenti – soci in affari e finanziatori.

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