I rifiuti di Israele nei polmoni dei palestinesi

2 aprile 2008

pubblicato su Altrenotizie e Carta.org

Un servizio televisivo mostra le scene, inequivocabili per chi queste cose le ha già viste in casa propria, del proliferare di discariche abusive, che traboccano di big bag, i grandi sacchi ad uso industriale riempiti di polveri, scarti, rifiuti speciali, spesso tossici. Stavolta, non è Napoli, e neanche Caserta. Non è la Campania. E’ invece la Cisgiordania, ed il servizio televisivo va in onda su Al Jazeera, in lingua araba, ma arriva via satellite fino a noi. Fusti e big bag, rotti, aperti, dai quali fuoriescono polveri finissime, che si mischiano al terreno, contenitori che all’esterno recano scritte inequivocabilmente in ebraico. L’allarme non è nuovo. Due anni fa un rapporto di Friends of the Earth Medio Oriente, una organizzazione ambientalista di cui fanno parte israeliani, palestinesi e giordani, ha segnalato che lo scarico improprio di rifiuti tossici è diventato una minaccia per l’acqua potabile nella regione, che a dire il vero è anche molto poca. I rifiuti tossici infatti si infiltrano nei terreni, e sostanze quali cloro, arsenico ma anche metalli pesanti come cadmio, mercurio e piombo finiscono nelle falde acquifere.

Il bacino che alimenta quelle falde è parte in Cisgiordania, e parte in Israele, e fornisce acqua ad una popolazione di oltre 3 milioni di persone, 2,3 milioni di palestinesi e 235.000 coloni israeliani in territorio palestinese, a cui si aggiunge mezzo milione di israeliani entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele. Dalla pubblicazione di quel rapporto qualcosa è cambiato: il governo tedesco ha costruito un impianto per il trattamento di rifiuti solidi vicino a Ramallah e la Banca Mondiale, con l’Unione europea, ha completato una discarica vicino a Jenin. Ma resta il pericolo di contaminazione delle falde acquifere, sostengono i membri di Friends of the Earth israelo-palestino-giordani. Ancora oggi.

La gestione del ciclo dei rifiuti – e ovviamente non si parla di comuni rifiuti urbani – è certamente l’aspetto meno noto della vita quotidiana nei territori palestinesi di Cisgiordania. Eppure è una vera crisi, una vera emergenza per certi versi più delicata di quella campana: tocca un bene che in una zona semidesertica è tanto raro quanto prezioso: l’acqua potabile. Un’emergenza che preoccupa i gruppi ambientalisti sia palestinesi sia israeliani: il moltiplicarsi di discariche di rifiuti tossici. Quel servizio televisivo di Al Jazeera ha raccontato il caso di Jima’in, un villaggio nel distretto di Nablus: qualche settimana fa gli abitanti si sono lamentati che camion israeliani andavano a scaricare rifiuti tossici sul loro territorio.

In merito a questi sversamenti, assolutamente illeciti, il vicedirettore del settore ambientale dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ayman Abu Thaher, non ha esitato a dichiarare che non si tratta di un caso isolato: “Da anni gli israeliani usano la Cisgiordania come alternativa facile per scaricare i loro rifiuti, a spese della salute dei palestinesi”. Il funzionario dell’ANP sostiene che molte industrie israeliane preferiscono questa soluzione di stampo mafioso, piuttosto che portare i loro scarichi tossico-nocivi nella discarica apposita per i rifiuti speciali, situata a Ramot Havav, nell’Israele meridionale. Spiega anche che nel 1985 una ditta produttrice di pesticidi per l’agricoltura ha chiuso il suo stabilimento a Kfar Sava, in territorio israeliano, per ingiunzione del tribunale locale, che aveva accolto le petizioni degli abitanti locali contro l’inquinamento.

L’attività produttiva è stata spostata in un nuovo stabilimento a Tulkarem, nella Cisgiordania settentrionale, a pochi metri dagli insediamenti palestinesi. Anche questo, accusa Abu Thaher, non è un caso isolato: “Un certo numero di aziende israeliane si sono spostate in Cisgiordania per sfuggire alle strette normative che in Israele governano lo smaltimento degli scarichi, in particolare tossici”. Al Jazeera ha intervistato anche Tzali Greenberg, portavoce del ministero per l’ambiente israeliano. Greenberg ha dichiarato che invece Israele applica le sue normative ambientali anche alle aziende che operano in territori palestinesi, e chi viola le regole viene perseguito: “Segnalateci le irregolarità, saremo felici di intervenire”, ha concluso.

Greenberg viene però smentito dall’Applied Research Institute (ARI), un istituto indipendente di ricerca ambientale di Gerusalemme, il quale sostiene invece che le autorità israeliane sono piuttosto tolleranti, quando si tratta di scarichi tossici che avvengono in territorio palestinese.
Secondo l’ARI, che gli scarichi provenienti dagli insediamenti israeliani in territorio palestinese includono sia reflui domestici, sia sostanze tossiche agricole, amianto, batterie, cemento, alluminio.

Tutto questo non fa che aggravare la gestione del ciclo dei rifiuti palestinese, basato su discariche improvvisate anche per le restrizioni ai movimenti imposte dall’esercito israeliano, oltre ad una mancata gestione dei rifiuti speciali. Infine, secondo Friends of the Earth, è comparsa una nuova minaccia alla salute degli abitanti della Cisgiordania: i frequenti roghi di rifiuti speciali di provenienza israeliana.

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