ECOBOSS: l’ecologia sotto controllo criminale

27 febbraio 2008

pubblicato su Altrenotizie e Carta.org

Ecoboss. Non potevano trovare un nome migliore, Raffaello Falcone e Maria Cristina Ribera, PM presso la procura di Napoli, per la recente operazione in tema di ecomafie. L’operazione, avvenuta con il supporto dei carabinieri del Noe e del Reparto territoriale di Aversa, ha portato oggi all’arresto di un presunto boss del clan dei Casalesi, Giorgio Marano, di 48 anni, nonché al sequestro di tre aziende attive nel settore rifiuti e di alcuni terreni a destinazione agricola dove per anni è stato sversato illegalmente materiale proveniente soprattutto dal nord Italia. Sono state raccolte le prove di una camorra che non si limita più a infiltrarsi nel settore dello smaltimento ma si trasforma in protagonista dell’attività illecita gestendo in prima persona aziende e discariche abusive. Con buona pace per chi da anni insiste sul fatto che la camorra si sia defilata dal settore dei rifiuti e che “faccia altro”, o che si limiti ad attività estorsive, ma anche con buona pace per tutti quei settori, dalla stampa alla politica, agli stessi comitati di cittadini, che insistono sul fatto che gli sversamenti illeciti in Campania siano un qualcosa che appartiene al passato.

L’organizzazione, per non sostenere il costo del regolare smaltimento ha simulato nel tempo attività di compostaggio in realtà mai effettuate, smaltendo invece abusivamente, su terreni agricoli rifiuti costituiti, tra l’altro, da fanghi di depurazione, per un quantitativo di oltre 8.000 tonnellate di rifiuti ed un guadagno di circa 400mila euro.

Gran parte del materiale sequestrato, come hanno sottolineato gli inquirenti, proviene da aziende della Lombardia. Sono stati sequestrati anche tre vasti appezzamenti di terreno agricolo nella provincia di Caserta, e locali in uso a una società di trasporti con tutti gli automezzi utilizzati. I reati ipotizzati sono di concorso in traffico illecito di rifiuti e truffa aggravata ai danni del Commissario di Governo per l’Emergenza Rifiuti , della Regione Campania e degli Enti locali interessati alla raccolta e allo smaltimento di rifiuti. I magistrati hanno sequestrato, oltre a tre aziende per un valore di circa cinque milioni di euro, anche alcuni terreni a Frignano e a Villa Literno dove venivano sversati i rifiuti. Per sei indagati il gip non ha accolto le richieste di misure cautelari.

L’indagine è stata possibile grazie agli spunti forniti da un collaboratore di giustizia particolarmente “eccellente”. Si tratta di Domenico Bidognetti, cugino del boss Francesco Bidognetti, uno dei capi storici del clan dei Casalesi. Secondo quanto ricordato dal pentito, durante un interrogatorio avvenuto il 10 ottobre scorso, tra la fine degli anni ´80 e l´inizio del decennio successivo, il clan dei Casalesi aveva imposto “il controllo totale del flusso dei rifiuti, non scappava niente. Tutti i rifiuti che venivano dal Nord con terminale la provincia di Caserta era controllato in maniera assoluta dal clan”. Si trattava, come raccontato più volte anche qui su Altrenotizie, di un vero e proprio accordo economico con i gestori delle discariche.

Le cose cambiano quando i Casalesi hanno l´idea “di non far arrivare i rifiuti nelle discariche previste ma di smaltirli direttamente in maniera abusiva”. Strategia fattasi avanti proprio durante le prime fasi dell’emergenza rifiuti in Campania, cioè “in occasione di una chiusura temporanea delle discariche o di un loro sovraffollamento”.

Questa nuova strategia ha consentito alla criminalità campana “non solo di ricevere le 5-7 lire al chilo per la gestione effettuata da una società controllata” dai Casalesi, ma anche “di lucrare direttamente del guadagno dello smaltimento, che era di circa 75-80 lire al chilo”. Il tutto, aggiunge il pentito, “con le carte a posto”. I fatti accertati si riferiscono a un periodo che va dai primi anni del 2000 al 2006 e non, come spesso si cerca di far credere all’opinione pubblica, nei primi anni ’90.

L’affare quindi continua. Non appartiene affatto al passato e coinvolge ancora oggi la camorra, che di certo da sola non basta. L’affare ha cifre grandi, troppo grandi per essere abbandonate: oltre 600 milioni di euro all’anno il giro d’affari, circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni tipo sversati illegalmente negli ultimi tre anni.

Pertanto, ancora una volta, sgominata un’organizzazione non si può pensare che di conseguenza la camorra “fa altre cose”, ma c’è da alzare l’attenzione, e cercare di capire chi ha immediatamente preso il posto di chi è stato fermato. Non a caso, da quando è entrato in vigore il reato di “organizzazione di traffico illecito di rifiuti”, quasi il 35% dei traffici di rifiuti illeciti accertati in Italia si è concentrato in Campania.

Ovvio che non si tratta solo di camorra. La camorra gestisce e lucra sui rifiuti, ma di certo non li produce. La camorra si limita a presentare “offerte” di smaltimento convenienti a chi i rifiuti speciali li produce davvero: il mondo dell’imprenditoria industriale italiana, che è sempre stata ben lieta di disfarsi dei propri rifiuti tossici in modo straordinariamente economico, e che continua a non pagare i costi ambientali e sanitari delle proprie produzioni.

Ma quanto sta avvenendo e continuerà ad avvenire non è neanche il solo frutto di complicità tra camorra e industria: lo smaltimento illecito dei rifiuti in Campania “è dovuto anche alla complicità di chi è preposto al controllo, ma anche al comportamento compiacente o anche gravemente omissivo o semplicemente leggero di altri, anche nell’ambito delle istituzioni”, a scriverlo è il gip nel provvedimento cautelare appena eseguito.

“Va rimarcata, in primo luogo”, si legge infatti nel provvedimento, “sia la carenza di verifiche che la grande difficoltà nel ricostruire i flussi dei rifiuti da parte delle autorità preposte al controllo, ed in tale contesto non può sottacersi che proprio appartenenti alla pubblica amministrazione in alcune circostanze sono i primi conniventi di queste organizzazioni criminali in quanto ne facilitano l’acquisizione di provvedimenti autorizzativi per impianti fatiscenti e tecnicamente carenti”.

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