Piemonte nucleare: riunito il tavolo della trasparenza
31 luglio 2007
Pubblicato su Altrenotizie
Si è riunito a Torino, coordinato dall’assessore all’Ambiente Nicola de Ruggiero, il “tavolo della trasparenza”, costituito dalla precedente Giunta regionale per informare periodicamente enti locali e cittadini sulle attività di disattivazione dei siti nucleari piemontesi di Bosco Marengo (Al) e Trino Vercellese-Saluggia (Vc). La società Sogin, titolare di tali impianti, ha comunicato che il decommissioning (smantellamento) dovrebbe terminare entro il 2009 a Bosco Marengo, mentre a Trino si cercherà di contenere i lavori in 7/8 anni e a Saluggia l’attività potrebbe durare per un’altra quindicina d’anni. La Sogin sta adottando nuovi sistemi di sicurezza più adatti a una fase di lavori che non di esercizio. Gli amministratori del Monferrato e dell’Astigiano, interessati all’approvvigionamento idrico nel campo pozzi di Saluggia, hanno espresso tutta la loro preoccupazione. Inoltre, un consigliere regionale ha richiesto che “ci sia un coinvolgimento dei Comuni e dei loro tecnici in tutte le fasi di esame dei documenti e dei progetti, al fine di poter accelerare gli iter autorizzativi. Ho chiesto anche conto dell’arcinoto problema del deposito nazionale per le scorie nucleari, visto che presso gli impianti piemontesi i rifiuti residui vengono stoccati a titolo provvisorio”.

Il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha sbloccato i fondi per le misure compensative per i comuni e le province che ospitano impianti nucleari ed impianti del ciclo del combustibile nucleare. “Con questo decreto”, si legge in una nota del ministero, “queste risorse potranno essere finalmente attribuite agli enti locali che le attendevano dal 2003. Infatti, dall’approvazione della legge 368/2003, tali risorse non erano mai state assegnate ai comuni ed alle province interessate.” Ora si attende a breve che il Comitato interministeriale per la programmazione economica riceverà la documentazione e si riunirà per dare il via libera alla distribuzione di alcuni milioni di euro, che saranno ripartiti tra le Province e i Comuni che hanno ospitato, o ospitano ancora oggi, impianti e depositi di materiale radioattivo. La ripartizione dei fondi, stabilita dall’Apat, è gia stata comunicata ai sindaci del Comuni nucleari italiani durante un incontro presso il ministero dell’Ambiente. La quota percentuale che spetta ad ogni sito è stata definita in base alla quantità e al grado di pericolosità del materiale radioattivo presente nei depositi o negli impianti italiani. La quota più grande, pari al 29% del totale, andrà alla provincia di Piacenza ed al comune di Caorso, che ospita la più grande centrale nucleare del Paese, custodisce 1.032 barre di uranio e una consistente quantità di scorie e rifiuti radioattivi.
E’ stato uno dei più violenti terremoti della storia del Giappone, quello che ha colpito il nord ovest del Paese, 250 km circa a nord di Tokyo, causando almeno nove morti e oltre 300 feriti. Il Giappone è il Paese che ha saputo meravigliare il mondo intero per le sue costruzioni antisismiche e
La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta bis sulla tragica morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia. Un inchiesta avviata dopo il primo procedimento, che si è concluso con la condanna a 26 anni di reclusione per il giovane somalo Hashi Omar Hassan. Il PM romano Franco Ionta specifica che la richiesta di archiviazione nasce “dall’impossibilità di identificare i responsabili degli omicidi”. Il duplice omicidio avvenne a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo 1994. La Toyota su cui viaggiano i due inviati fu colpita dal fuoco sparato dalle armi di almeno sette miliziani. I due giornalisti erano in Somalia per seguire la missione “Restore Hope”, dove erano impegnati militari italiani. Fin da subito, per il duplice omicidio, fu ipotizzato un legame con i fatti e le attività scottanti di cui erano venuti a conoscenza Ilaria Alpi e Hrovatin, soprattutto in relazione a traffici illeciti di rifiuti nocivi e radioattivi, il cui pagamento per i somali non era in denaro ma in armi.
Il rapporto del Censis intitolato “Il controllo delle reti telematiche” non da luogo a equivoci: l’Italia è sempre più on-line e l’italiano è la quarta lingua più diffusa su internet per numero di pagine, dopo cinese, inglese e spagnolo. Nonostante questo, l’Italia non riesce ad essere innovativa sul fronte delle tecnologie informatiche legate alla rete. A differenza di altri Paesi, infatti, dove anche piccoli prodotti vengono assorbiti dalle grandi aziende, in Italia “gli oligopoli si sono trasformati in un rigido sistema oligarchico, incapace di creare innovazione”, si legge nel rapporto. Secondo l’autore della ricerca, Gianni Dominici, a questo va sommata la lentezza della burocrazia, la mancanza di investimenti e il ruolo poco chiaro dello Stato. “Non è sufficiente – dichiara Dominaci - essere un popolo di inventori se non ci sono finanziatori e intermediari”. Gli italiani, stando ai dati presentati nel rapporto, “amano spendere per gadget tecnologici, ma è raro trovare che uno di questi prodotti sia firmato made in Italy. Si tratta di un Paese-consumatore più che di produttori e innovatori.”